Yoncheva è Mimì "Adoro le storie dove mi innamoro e muoio in scena" (La Repubblica)

È Sonya Yoncheva, diva del Metropolitan (voce luminosa, presenza carismatica e di grande temperamento) l'asso della manica per la ripresa scaligera di Bohème. Il capolavoro pucciniano, un must riproposto nell'ormai storica regia creata da Zeffirelli nel '63 con nomi stellari (Karajan, Freni, Raimondi, Panerai) ritrova slancio da stasera sotto la bacchetta di Evelino Pidò. E la novità sarà appunto la Mimì di questa acclamata cantante bulgara, 35 anni, che ormai macina sold out in tutto il mondo: cresciuta nella città natale di Plovdiv e sulla breccia da quando nel 2010 ha vinto l'Operalia–World Opera Competition di Plácido Domingo.

Sonya Yoncheva, per lei in Scala (dove tornerà tra un anno con "Il Pirata" di Bellini) è quasi un debutto.

«Sì, ho già cantato in due altre occasioni da concerto qui al Piermarini, ma per la lirica si tratta della prima volta. Infatti mi sono preparata con minuziosità, senza lasciare niente al caso: motivata da questo ruolo come protagonista in un allestimento che considero "la" Bohème per eccellenza in tutta la storia moderna del teatro lirico».

Non è fin troppo tradizionale e vintage questa produzione?

«Funziona ancora benissimo. Ci sono momenti esaltanti come la festa parigina in piazza nel secondo atto, dove allo stuolo di comparse che passeggia si uniscono un mulo e un cavallo (oggetto di qualche polemica nei giorni scorsi ndr.) e di estrema commozione, ad esempio il quarto atto nella soffitta di Montmartre. Poi a me piacciono le storie dove sulla scena mi tocca innamorarmi e morire, sera dopo sera. E Bohème è un'opera che adoro, l'ho già cantata tre volte tra Monaco, Berlino e New York».

Qualche Mimì di riferimento nella sua galleria di soprani?

«Mirella Freni, anche se nel mio modo di cantare mi sono sempre ispirata a voci come la Callas, Lucia Popp e la mia connazionale Ghena Dimitrova. Dicono che ci sia un colore particolare tra le cantanti bulgare: è vero, siamo sempre stati un mix di spirito slavo e occidente. Una flessibilità che ci ha sempre aiutato nelle lingue e nel canto».

Preferisce le regie moderne o più tradizionali?

«Dipende, una volta sono fuggita da un

Don Giovanni del regista di Tcherniakov, anche se poi mi sono riappacificata con lui. L'importante è che tutto abbia un senso musicale e drammatico. Del resto a me non interessa solo la vocalità, ma anche la recitazione».

È rimasta subito contagiata dalla passione per la lirica?

«Da ragazza avrei voluto fare la pittrice, penso di avere più talento nell'arte visiva che nella musica. Comunque oltre al canto ho studiato bene pianoforte: cosa che mi è servita per accompagnare i cantanti, e poi anche me stessa».

Lei ha un fratello Marin (cantante rock) e un marito, Domingo Hindoyan, direttore.

«Marin si sta dando all'opera (sarò in tournée con lui l'anno prossimo) mentre con Domingo capita di fare qualcosa assieme. È un modo per risparmiare le forze, visto che abbiamo un figlio di 2 anni e mezzo, che porto spesso in giro con me».

La Reppublica

Image: Teatro alla Scala